Le vicende della ricerca scientifica in Italia

Presentazione a cura di Giacomo Ferrari

 cari visitatori  degli spazi MSN, ho appreso l’importanza e la priorità che riveste, nella mente dell’ attuale Ministro della Ricerca Scientifica, la riforma del CNR per una ripresa dello sviluppo nazionale ed il rilancio della filiera produttiva italiana; avendo come riferimento la sopraindicata sintetica nota, ho ritenuto doveroso riproporre, alla attenzione degli addetti  ai lavori, un articolo  di Franco Rolla dal titolo: "Un brano di storia".  Spero che l’attualità del contenuto proposto sia un utile strumento di lavoro e di riflessione per i decisori di oggi e di domani. A tutti gli interessati al tema delle riforme possibili ed attuabili esprimo la mia gratitudine.

 

G.Ferrari

 

Un Brano di Storia. 

Di  Franco Rolla,  già Direttore Generale del CNR

 

 

Questo articolo è dedicato a Mario Silvestri che  oltre ad essere un illustre fisico e tecnologo è anche storico e scrittore valente. So che egli sta raccogliendo elementi per una storia della ricerca scientifica nel ventennio fascista ed io gli offro la descrizione di alcuni eventi lontani, autorizzandolo sin  d’ora ad avvalersene anche, come si dice, senza citarne la fonte.

Il Consiglio Nazionale delle Ricerche ebbe come suo primo presidente, fino al 1927, il Volterra. Seguirono poi Marconi fino al 1937, quindi Badoglio fino all’ottobre 1941,  quando lasciò la carica per il  raggiungimento del  70simo anno di età . Sin dai tempi di Volterra, vice presidente del CNR era Amedeo Giannini,  uomo di grande intelligenza e di straordinaria  napoletana versatilità. Oltre a tale carca egli ricopriva, quella di presidente  di sezione del Consiglio di Stato, di direttore generale degli Affari economici presso il  Ministero degli Esteri, con rango di ambasciatore, nonché di professore incaricato presso l’Università di  Roma e di consigliere  di non so quanti enti.  I suoi interessi scientifici spaziavano dal diritto internazionale al diritto cambiario e la sua  operosità era proverbiale, come proverbiale era anche la sua capacità  di dormire soltanto quattro ore per notte e di riservare al lavoro tutto il resto della giornata. Fra coloro che lo criticavano, i più benevoli osservavano che, se avesse concentrato  la  propria attività in un campo più  ristretto, qualunque esso fosse, avrebbe certamente  potuto ottenere risultati di maggior spicco e più duraturi.

Il Giannini ambiva alla carica di Presidente del Consiglio di Stato (e ne aveva i numeri) e tanta era la propensione per quel consesso, che perseguiva ed anzi ottenne lo scopo di  assimilare l’ordinamento del CNR, di cui era diventato il capo effettivo, a quello, appunto, del Consiglio di Stato. Con una legge del 1937, che noi giovani e vecchi funzionari avemmo il compito di studiare per tesi, ma alla quale  Giannini in una sola  notte impresse la formulazione definitiva, era stato attribuito al CNR un  ruolo di personale  dirigente statale, costituito di un presidente di grado 2°, come allora si diceva, un vice presidente di  grado  3°, sette consiglieri di 4° e 10 referendari  di 6°, con  evidentissimo accostamento, come s’è detto, al Consigli di Stato.

Liberatosi il posto di Presidente del CNR nell’ottobre 1941, Giannini vi pose la sua candidatura e poiché allora le discipline giuridiche, come pur quelle letterarie e sociali, non trovavano albergo al CNR, s era precostituito, per così dire, dei titoli nelle materie scientifico – sperimentali, facendosi nominare presidente del Comitato di geografia e del Comitato di talassografia.

La scelta di Mussolini fu invece di carattere esclusivamente tecnico e cadde su Giancarlo Vallauri, professore di elettrotecnica al Politecnico di Torino, fondatore e presidente della SIP,  presidente dell’EIAR, che è come dire l’attuale RAI.  Si seppe poi che la scelta del Vallauri era stata dettata da motivi particolari: presso l’Accademia Navale di Livorno e presso l’Istituto Elettrotecnico Nazionale  egli  sovrintendeva a ricerche avanzate di elettronica; avanzate, ma sempre enormemente arretrate  rispetto a quelle che potarono in breve tempo americani ed inglesi all’impiego, per noi disastroso, del radar sulle navi da guerra.

Mussolini  in Vallauri aveva fiducia. Ricordo che nel 1937, durante la gelida visita inaugurale alla nuova attuale sede del CNR, in una atmosfera plumbea che il “saluto al Duce” gridato da Storace non era riuscita neppure  per un istante a ravvivare, l’unica persona  con la quale Mussolini si intrattenne vari minuti a conversare, in un colloquio privato, a qualche metro di distanza dagli altri intervenuti, fu appunto il Vallauri. Di estrazione rigidamente cattolica, severissimo con sé stesso, come era severo con gli altri, il Vallauri conservava degli anni dell’Accademia Navale un rigore ed un piglio di tipo militaresco. Chiunque entrasse  nella sua stanza, anche se dipendente, lo trovava in piedi ad accoglierlo e così al momento del congedo,  con uno scatto degno  di  un guardiamarina. La sua voce profonda,  il gesto misurato e lo sguardo severo completavano la sua figura.

Il Vallauri trovò al CNR una situazione che, alla sua mentalità di scienziato e di tecnico, apparve assurda e intollerabile. Il ruolo di personale statale, istituito con l’intento, almeno apparente, di creare l’alta dirigenza scientifica del CNR, era stato in effetti coperto, in  forza di manovre politiche e di compromessi ministeriali, non già da luminari della scienza, ma da funzionari amministrativi che non avevano avuto possibilità di carriera  nella loro amministrazione, da direttori generali silurati e da qualche tecnico di modesta levatura.  Facevano eccezione alcuni giovani  referendari il cui posto al CNR era considerato come trampolino di lancio per posti più elevati o per la carriera universitaria. Il primo compito che Vallauri si propose fu pertanto quello di rinnovare la dirigenza del CNR.

Poteva riuscire nell’intento?. Poteva, con le sue sole forze, sconfiggere la burocrazia una persona che non accettava compromessi e che  usava marciare dritto allo scopo?.

Figuratevi se poteva  durare (proprio a Roma) un uomo che faceva chiudere, ogni mattina,  esattamente dieci minuti dopo le otto,  i cancelli della sede per lasciar fuori e quindi individuare i ritardatari ! . Lo sconfitto fu lui e se le sconfitte inferte  dalla burocrazia o, se meglio volete, le vittorie della medesima potessero essere raffigurate in opere pittoriche ,  quella che vi sto raccontando  sarebbe un quadro degno del Louvre  e più ammirato della “Gioconda”. Più che un dipinto fu un ricamo, abilissimo, paziente intessuto di ombra.

Vallauri predispose, in tutta segretezza, con un lavoro assiduo durato più di un anno, uno schema di decreto legge che prevedeva il riordino completo dell’Ente; alla fine di tale decreto, nelle norme così dette transitorie, previde la decadenza dalla carica anzitutto di sé stesso (per dare  a tutti l’esempio , secondo il costume dei comandanti di nave) e poi del vice presidente  e di tutti i consiglieri i quali avrebbero dovuto fare ritorno  alle amministrazioni di provenienza. Soltanto dopo l’entrata in vigore del decreto si sarebbe fatto un esame  dalle singole situazioni e, nel caso, si sarebbero reintrodotte nella nuova dirigenza le persone ritenute degne di così alto ufficio. Un modo insomma , per fare piazza pulita.

La schema fu portato personalmente da Vallauri e Mussolini che lo fece immediatamente varare : il decreto legge fu emanato il 4 marzo 1943 e dopo pochi giorni fu pubblicato nella Gazzetta Ufficiale.

A questo punto  scattò la contro offensiva. Preparata nell’ombra da tempo, in base alle indiscrezioni che inevitabilmente  filtravano dai Ministeri. Fu fatto sapere a Mussolini, con abili, ripetuti promemoria, che Vallauri considerava esaurito il proprio compito con l’emanazione del provvedimento da lui con tanto diligente scopo predisposto. Il Giannini, troppo abile per esporsi in simili circostanze, prospettò , sostenne e fece sostenere la candidatura di Francesco Giordani di cui fu annunciata la nomina a presidente  appena dieci giorni dopo l’uscita del nuovo decreto. La sera del 17 marzo 1943, unico sconfitto, Vallauri se ne andò dal CNR, con passo fermo, con apparente naturalezza, ma pallidissimo.

E le disposizioni del nuovo decreto? Qui fu il tocco insuperabile dell’artista. Nessun atto esecutivo delle nuove norme, peraltro ben precise e vincolanti, fu compiuto dagli uffici della presidenza del Consiglio dei Ministri. Il decreto legge , volutamente dimenticato su di un tavolo, non fu presentato entro il termine prescritto  alle assemblee legislativa per la conversione in legge, cosicché decadde da ogni efficacia.

Nessuno fiatò, benché da varie parti si sostenne che l’epilogo era avvenuto all’insaputa di Mussolini il quale non avrebbe avuto interesse a far naufragare  un provvedimento solo da pochi giorni prima annunciato, con un certo clamore, come necessario per lo sviluppo della ricerca scientifica.

Fu così che tutta la dirigenza CNR, fuorché il Vallauri, rimase al suo posto. Ci vollero, nel 1945, in aperto clima di democrazia, il coraggio e la forza politica del Colonnetti per fare quanto a Vallauri non era riuscito.

I tempi sono radicalmente mutati; ho l’impressione però che gli eventi qui ricordati possano servire di monito  per i riformatori di oggi, specie per quelli che si occupano della riforma delle mutue o della  soppressione degli enti superflui.

 

  FRANCO ROLLA

 

P.S

La nota è destinata ad ogni interessato al tema ricerca a cui è richiesto un breve commento ( E.mail Giacomo.Ferrari@itc.cnr.it ) sulla vitalità passata, presente e futura della sopra presentata istituzione.

 

 

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Informazioni su ferrari1947

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Una risposta a Le vicende della ricerca scientifica in Italia

  1. ferrari1947 ha detto:

    il Mondo, lo salvano, se è da salvare, i combattenti , non i parolai

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